
ALLENATI CONTRO LA VIOLENZA
II edizione
CI SIAMO
PRONTI…PARTENZA….AL VIAla II edizione della“RUN TOGETHER – ALLENATI CONTRO LA VIOLENZA”una passeggiata/corsa non competitiva che si terrà per le vie di Giovinazzo
Il 16 aprile alle ore 10:00 a Giovinazzo in piazza Vittorio Emanuele NON PERDERE L’OCCASIONE di unirti a noi nella corsa contro la violenza sulle donne.

“VOLTI” LABORATORIO DI SCRITTURA AUTOBIOGRAFICA
L’Associazione Malalingua ETS, in collaborazione con il Centro Antiviolenza “Pandora, nell’ambito del progetto Trame Contemporanee sostenuto dal Ministero della Cultura Direzione generale Spettacolo per il triennio 2022-24,
PRESENTA:
il laboratorio di scrittura autobiografica condotto da Felice di Lernia, “Volti”.
“Raccontarsi è un bisogno fondamentale. Bisogna raccontarsi per esistere. La nostra identità è soprattutto una identità narrativa: noi siamo il racconto di noi, il racconto di noi che è stato fatto da altri e il racconto di noi che facciamo noi. E che rifacciamo continuamente, tutte le volte che ne abbiamo la possibilità. Scrivere è fare un movimento: un movimento verso di sé o un movimento avverso di sé. Scrivere di sé può essere entrambe le cose: si può scrivere per guardare e dire da vicino, si può scrivere per guardare e dire da lontano. Scrivere di sé è come usare il microscopio, per rendere visibile ciò che è troppo, troppo piccolo. Per umanizzare l’infinitesimo. Scrivere di sé è come usare il macroscopio, per rendere visibile ciò che è troppo, troppo grande. Per comprendere la complessità. Scrivere di sé è cercare il piccolo nel grande e il grande nel piccolo”.
Il laboratorio di scrittura autobiografica del progetto TRAME CONTEMPORANEE – VOLTI offre a questa possibilità uno spazio, seppur breve, magari iniziale, attraverso un percorso di 12 ore:
– centrato sulla scrittura e sulla narrazione di sé
– dedicato a chi sente il bisogno di ritagliare uno spazio-tempo per sé, di riconnettere le trame della propria esistenza, di ripercorrere e ricostruire la propria peculiare unicità intersecandola con tutto ciò che è stato possibile essere e vuole iniziare a mettere in atto questo bisogno
– in un gruppo nel quale si partecipa secondo la propria sensibilità ma nel totale rispetto della sensibilità altrui: riservatezza e assenza di giudizio sono le condizioni e le regole di base di questa esperienza
– che si sviluppa in cerchio: il setting circolare moltiplica l’efficacia del racconto di sé, il gruppo riverbera e interseca le storie e consente di scoprire che la storia degli altri ci appartiene e la nostra storia appartiene agli altri.
Ogni partecipante potrà iscriversi ad uno dei due week end calendarizzati nelle seguenti date:
2 settembre ore 16:00-20:00
3 settembre ore 16:00-20:00
4 settembre ore 9:00-13:00
Oppure
9 settembre ore 16:00-20:00
10 settembre ore 9:00 – 13:00
11 settembre ore 9:00-13:00
Saranno previsti 2 gruppi da 12 partecipanti ciascuno.
E’ possibile prenotare il proprio posto ENTRO IL 18 AGOSTO scrivendo alla mail: infocavpandora@gmail.com
Sarà data priorità ai partecipanti secondo l’ordine di arrivo delle adesioni!
La partecipazione è a titolo gratuito.
Chi vorrà potrà prendere parte ad un secondo week end di approfondimento previsto in data 16-17-18 settembre.
Le attività si terranno presso la Sala Polivalente della Cittadella degli Artisti di Molfetta.


COMUNICAZIONE IMPORTANTE
E’ attivo il nostro numero verde 800744006 rivolto alle donne italiane e straniere residenti nell’ambito territoriale Molfetta – Giovinazzo
Un servizio che riteniamo essenziale e utile per tutte le donne che avranno la possibilità di contattarci gratuitamente in qualsiasi momento.
Il servizio è attivo h24.
Nei momenti più problematici, più drammatici, quando una donna è in pericolo, il numero verde da il via alla rete di supporto e assistenza, mantiene i contatti costantemente, fornendo informazioni e offrendo supporto psicologico e conforto morale.
Da qui nasce la consapevolezza che il numero verde diventa un aiuto concreto soprattutto per le questioni più gravi e nei momenti di crisi umana. 

“A SUON DI PASSI”
Il Centro Antiviolenza Pandora
“A suon di passi, lungo la strada del benessere”.Incontri di gruppo volti alla conquista del benessere psicofisico.
Camminare aiuta la concentrazione, liberandosi dalle tensioni.
“OGNI COSA HA LA SUA BELLEZZA, MA NON TUTTI LA VEDONO.
(Confucio)

“QUANDO TUTTE LE DONNE DEL MONDO”
Il Centro Antiviolenza Pandora, quale ente gestore del Cav del Comune di Molfetta “Anna Maria Bufi”, e quale centro antiviolenza di Ambito territoriale Molfetta- Giovinazzo, intende svolgere un ciclo di seminari formativi sul femminismo ripercorrendone la storia, le teorie e le applicazioni pratiche.
L’importanza di proporre un ciclo di seminari sul femminismo è data dalla necessità di ripercorrere il cammino intrapreso dalle donne durante l’emancipazione per favorire un ripensamento critico dei punti essenziali del movimento femminista
Il corso si pone quale obiettivo di fornire una mappa concettuale di quelle che sono state le battaglie prioritarie portate avanti dalle femministe dalle sue origini ad oggi.
Il ciclo di seminari sarà curato dalla dott.ssa Maura Simone, phd in scienze delle relazioni umane ed educazione alla politica presso il FOR.PSI.COM dell’Università degli Studi di Bari.
Seguiranno momenti di confronto, simulazioni e attività che stimolano la riflessione sui temi trattati.
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ALFABETIZZAZIONE SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE
Il Centro Antiviolenza Pandora, quale ente gestore del Cav del Comune di Molfetta “Anna Maria Bufi”, e quale centro antiviolenza inserito nel Registro Regionale dei Centri Antiviolenza, intende svolgere un corso di formazione che propone un percorso di consapevolezza condivisa sui meccanismi strutturali e culturali che sottendono la violenza maschile sulle donne.
Riconoscendo l’importanza dell’adozione di un linguaggio comune tra tutti i servizi che si occupano di violenza contro le donne, di accoglienza a vari livelli, il corso si pone quale obiettivo la creazione di una rete contro la violenza alle donne a livello locale fra operatrici e operatori dei diversi servizi territoriali che intendano approfondire contenuti e metodi, oltre che confrontarsi con altre esperienze, quale strumento di programmazione territoriale. Per lavoro di rete si intende un’attività multi agenzie (pubbliche e private) che struttura in un dato territorio un’azione sinergica e condivisa in tema di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne.
Il corso intende favorire l’approfondimento delle conoscenze teoriche e delle competenze pratiche dei professionisti della rete territoriale antiviolenza, nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere. Si mira in particolare ad esplorare le dimensioni metodologiche operative: della diffusione della cultura nel rispetto della donna; delle azioni di ascolto e accompagnamento delle donne vittime di violenza; del supporto a minorenni vittime di violenza assistita; del trattamento degli autori di violenza.
L’attenzione è volta ad offrire ai partecipanti indicazioni e strumenti professionali per compiere in modo adeguato la propria attività, in interazione con gli altri soggetti professionali e istituzionali competenti in materia.
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LA PASSIONE
Quando penso al termine passione, penso al forte potere evocativo che elicita.
Penso subito ad una immagine, alla scultura del Bernini: ” Il ratto di Proserpina”.
Penso, più nello specifico, ad un dettaglio, alle mani di Zeus che affondano la carne della donna.
Al di là della bravura dell’autore e di quello che fosse il suo intento comunicativo, per me, quella mano e la potenza ed il desiderio che veicola, esprimono appieno il concetto di passione:
una spinta, un moto interiore che travalica le mura della paura e del ‘non consentito’ e rincorre il desiderio, il bisogno di appartenenza, dedizione, l’appagamento di una esigenza.
Penso allora al mito di ‘Paolo e Francesca’ raccontato da Dante, a quella passione, a quell’amore che non solo in vita, ma anche nei meandri dell’inferno è rimasto vivo, ardente, incurante.
Si, io declino la passione in termini di amore, appartenenza ma ognuno di noi tende a declinarla in modo personale. Che sia la passione amorosa, sessuale, la passione per un’attività, un lavoro, un progetto, un tipo di esperienza, ciò che la sostiene é il desiderio di vedere soddisfatto un proprio bisogno che quella persona, quell’oggetto, quell’esperienza incarna.
Talvolta quel desiderio può però ‘non sentire ragione’.
Remo Bodei in ‘geometria delle passioni’ ha sostenuto che ‘le passioni hanno pur sempre dentro di sé un nucleo di razionalità’ .
In maniera razionale accettiamo i rischi che quella passione comporta e decidiamo di farci attraversare da questo moto interiore.
Ma accettare dei rischi significa comprenderne la portata?
Si dice che grandi passioni possono generare grandi sofferenze e, l’etimologia stessa della parola ci rimanda all’idea di una ‘profonda e tormentosa affilizione’.
Ma forse, delle passioni, d’istinto, ciò che consideriamo meno è il tormento e ciò che vi associamo di più è il brivido, la carica emozionale che trascina e l’idealizzazione della meta.
Eppure, come Galimberti sostiene in ‘le cose dell’amore’ citando Stendhal: “dubbio e incertezza tengono desto il desiderio e viva la scintilla della passione che la certezza, invece, uccide“.
Cosa sarebbe allora la vita senza passione?
Bisogna però mantenere quel nucleo di razionalità vivido e presente.
Accade che il modo più facile per perdere qualcosa è volerlo troppo.
Facciamo fatica ad accettare perdite, insuccessi, rifiuti perché investiamo un carico pesante di aspettative. È così, che quella spinta, quell’onda alta di emozioni rischia di cristallizzarsi, stringersi, cedendo il passo ad una idea ossessiva, o meglio un’idea prevalente: un pensiero fisso, invasivo che tormenta, e non lascia spazio ad altro.
Il bisogno passa in secondo piano rispetto all’ostinato desiderio di raggiungerlo, di ottenerlo.
Vallerand e coll nel 2003 hanno postulato il cosiddetto ‘modello dualistico della passione’ inferendo che ne esistono di due tipologie, capaci di dominarci ed in grado di coinvolgere la nostra identità ed il nostro’ sè’ in modo differente.
La passione armoniosa consiste nella tendenza positiva a vivere ciò che appassiona in modo propositivo, flessibile, non totalizzante il cui presupposto risiede nella facoltà e nella libertà di scelta. Tale intenzione promuove, secondo alcuni studi condotti dallo stesso Vallerand e Verner-Filion nel 2013, uno stato di benessere psicologico e fisico generale capace di influenzare positivamente la nostra attitudine alla vita. Al contrario, la passione ossessiva, genera uno stato di tensione ed irrigidimento. Si finisce per subire la passione e rincorrerla con ostinazione.
Il confine è quindi sottile ed é importante mantenere quella flessibilità e propositività che ci permette di gestire l’incertezza. È importante che qualunque forma assumano i nostri timori ed insicurezze, non vadano ad affievolire quella fiamma, quella passione armoniosa, che, ardendo, ci rinvigorisce e ci fa sentire vivi.
La passione alimenta, non consuma, dà colore non offusca. Ma si può, in nome di una passione, giustificare agiti violenti e vili?
Assolutamente No. Il codice penale afferma nell’art 90 quanto stati emotivi e passionali “non escludono né diminuiscono l’imputabilità”.
Viene sancito sul piano giuridico un concetto che prima ancora di essere considerato un tecnicismo risponde ad un importante principio morale ovvero:
passione, gelosia, amore non possono e non devono in nessun modo giustificare un moto violento, vessatorio o addirittura definitivo come può esserlo un omicidio.
La norma fa riferimento a stati emotivi e passionali che si manifestano in una persona sana di mente, ritenuta idonea a controllare le proprie reazioni e la propria affettività.
Spesso canali mediatici o testate giornalistiche, per scelte stilistiche, logorrea verbale o opinabili prese di posizione, riportano titoli e contenuti che, erroneamente, tendono a fare un uso improprio di termini quali gelosia,desiderio, abbandono, perdita,sentimento, sostenendo nessi associativi pericolosi che mai dovrebbero farci porre interrogativi su quanto una violenza, qualsiasi ne sia il carattere o la portata, possa essere perpetrata in nome di un’amore, di una passione.
Dove c’è amore, passione, desiderio non c’è mai violenza.
Dott.ssa Paola Palmiotti – psicologa Cav Pandora
Remo Bodei: “geometria delle passioni” (2003).editore Feltrinelli
Umberto Galimberti: ” le cose dell’amore” (2013)editore Feltrinelli
Vallerand, R. J., Blanchard, C. M., Mageau, G. A.,Koestner, R., Ratelle, C. F.,. Léonard, M. (2003). Les passions de l’âme: On obsessive and harmonious passion. Journal of Personality and Social Psychology, 85, 756-767.

LA COLLERA
Il termine “collera” in ambito criminologico è spesso oggetto di forte ambiguità.
Quando si ascoltano alcuni casi di cronaca nera o ci si appresta a conoscere le modalità con le quali vengono perpetrati alcuni crimini violenti, spesso si parla di collera, scatti d’ira, raptus.
Finiamo quindi per associare la collera ad un mero impeto che si scatena e si esaurisce velocemente, fa perdere transitoriamente la ragione, la lucidità e ci rende capaci di qualsiasi cosa.
In realtà non è così. Bisogna partire dal dato secondo il quale il raptus non esiste ma appartiene alla cosiddetta sfera della fantapsicologia come afferma Umberto Galimberti. Tale dato, solo recentemente è andato affermandosi in ambito psicologico, psichiatrico e criminologico.
Invece è corretto parlare di consuetudine all’aggressività, all`irascibilità, all’attacco, magari ben celata e che non necessariamente è motivata da una psicopatologia sottostante. Modelli di riferimento, cultura, educazione, valori, principi morali e dettami devianti ed introiettati nel corso dell’esistenza, possono arrivare a determinare e alimentare questa consuetudine, abitudine che ad un certo punto ‘esplode’.
“Non è mai un evento che scatena la violenza ma è sempre un percorso che si conclude con la violenza”.
Questo concetto risulta più comprensibile se, ad esempio, lo si inquadra all’interno del fenomeno del femminicidio. Difatti un marito che picchia o vessa abitualmente una moglie, può, un giorno, arrivare a toglierle la vita.
Ricordate il caso italiano di cronaca nera del 2011 relativo all’omicidio di Melania Rea ad opera del marito Salvatore Parolisi?
La donna fu uccisa dal marito, verosimilmente nel corso di un litigio degenerato, colpendola con 29 ferite profonde provocate da punta da taglio.
L’uomo, riconosciuto capace di intendere e volere, in appello è stato condannato a 20 anni di reclusione.
Aldilà delle vicessitudini giudiziarie, è nella storia di vita dell’ uomo, della relazione con la moglie, nel modus operandi efferato e rabbioso adoperato nel delitto, che è possibile cogliere la consuetudine all’aggressività fatta di comportamenti e atteggiamenti indomiti che arrivano poi, ad un certo punto, a sfociare ed esplodere in un atto ‘assoluto’ e ‘definitivo’ come l’omicidio.
Quanto è importante allora individuare ed intervenire su queste consuetudini e sulle credenze che le sottendono per ridurre il rischio di “perdere il controllo”?
Dott.ssa Paola Palmiotti – Psicologa Cav Pandora

FEEL THE BEAT
“Feel the beat” ossia “sentire il ritmo”
è uno strumento più potente ed efficace di ciò che sembra. Presuppone il porsi in ascolto di sé stessi, a partire dal ritmo del cuore per trarne contenimento dall’ansia, recuperare il respiro, ascoltare ciò che corpo e mente comunicano, in altre parole SENTIRE.
La musica ha scopi anche terapeutici ed è una tra le risorse a nostra disposizione per scoprire qualcosa in più su di sé, per auto-motivarsi, per trarre benessere.
Da sempre la musica accompagna ogni momento della nostra esistenza. Il legame tra psicologia e musica è facilmente intuibile perché le note scatenano forti passioni, legami sociali e ispirano una forma di comunicazione che non passa attraverso le parole.
La vita in sé è musica, scandita da ritmo e armonia.
Il battito del cuore è ritmico, l’alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte, le fasi lunari, il ciclo riproduttivo femminile… tutto segue un ritmo ben preciso. L’armonia invece, è la ripartizione proporzionata e bilanciata fra tutto ciò che ci circonda: acqua, terra, aria, cielo…vita!
Numerosi studi recenti dimostrano il legame tra psiche e musica: è stato dimostrato quanto l’ascolto intimo e indipendente della musica implichi un efficace meccanismo di autoregolazione delle proprie emozioni. In questa accezione, l’ascolto musicale potrebbe essere usato per trasformare, mantenere o rinforzare emozioni e stati d’animo, o anche solo semplicemente per rilassarsi.
È facilmente intuibile il perché ascoltare musica allegra susciti e provochi piacevoli ricordi; ma perché si ascolta la musica triste? Quale specie di stimolazione “autolesionista” ci spinge quando siamo tristi, ad ascoltare musica altrettanto triste?
Ebbene, i brani malinconici sembra che abbiano la capacità di provocare emozioni romantiche parallele alla tristezza, che contrastano l’effetto deprimente. Secondo gli studiosi, la tristezza comunicata dalla musica sarebbe meno minacciosa di quella reale e quindi l’ascolto aiuta a gestire le emozioni negative in modo indiretto. A differenza della tristezza provocata dalla vita quotidiana, quella proveniente dalla musica viene vissuta dal nostro cervello come piacevole. Secondo Van den Tol & Edwards (2011), l’ascolto di brani tristi avrebbe una funzione auto-regolatoria, che consiste nel riproporre l’esperienza emotiva, per rimanere in contatto ed intensificare i propri stati emotivi; rievocare ricordi passati, spesso associati al brano scelto; ricercare la “vicinanza di un amico” simbolico. Inoltre, la scelta di un brano triste in momenti tristi, potrebbe essere una valida strategia di coping per fronteggiare un evento spiacevole o stressante.
L’ascolto di una canzone triste può agevolare l’accettazione, può significare ricevere supporto, o avere una funzione empatizzante, in particolare per gli adolescenti, i quali utilizzano spesso la musica come riparo al proprio umore (Saarikallio, 2008).
Ascoltare musica in generale significa allinearsi al proprio stato emotivo, potenziando sentimenti o contenendo emozioni, significa alleviare la solitudine e addirittura rigenerare le cellule cerebrali.
Esistono musiche e brani capaci autonomamente di restituire uno stato emotivo migliorativo poiché capaci di veicolare messaggi importanti, che intensificano sensazioni e inducono alla motivazione.
Ma la musica è anche storia e cultura: si pensi al ruolo della musica nell’espressione dell’auto affermazione, nella lotta femminista contro il razzismo e il patriarcato, nella sovversione di stereotipi maschilisti.
Esiste un vero e proprio filone musicale chiamato “female power”, che afferma il potere femminile, la forza delle donne e il grido di coraggio che le rende complici e mai sole. Dagli anni 70 ai giorni nostri, le donne cantano la loro forza: Nina Simone, Aretha Franklin, Billie Holiday, Janis Joplin e Patti Smith, fino a Madonna, e Rihanna dei giorni nostri. Donne cantanti impegnate nella denuncia della violenza sulle donne, nella lotta alla disparità di genere, e nella diffusione della solidarietà femminile.
Questa rubrica di musica e psicologia ha lo scopo di porre attenzione sugli effetti della musica, perché essa è cultura certo, ma è soprattutto espressione del sé, nonché un sostegno psicologico, terapia comunicativa, è un valido abbraccio in qualunque momento.
Ascoltate musica, coltivatela, approfonditela, esploratela, praticatela in qualunque modo perché ognuno di noi nasce capace di fare musica, a partire dal ritmo di ogni nostro battito, che si fa voce con ogni singolo respiro.
dott.ssa Annachiara Gravinese – psicologa Centro Antiviolenza Pandora – Annamaria Bufi
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EDUCAZIONE AFFETTIVA
L’affettività, se sviluppata in maniera equilibrata, si rivela preziosa per un’armoniosa crescita del bambino e del futuro adulto che diventerà, pertanto è bene averne cura, consapevolmente.
La dimensione affettiva, nell’infanzia, è particolarmente complessa, carica di ansia e angoscia: i bambini fanno i conti con una permanente paura dell’abbandono e del buio, vivono poco serenamente le smisurate dimensioni delle cose che li circondano, poiché ancora troppo piccoli per affrontarle e gestirle.
In questo vissuto interiore, pregno di tensioni, il bambino necessita di protezione, rassicurante sostegno, di attenzione ed atteggiamenti di disponibilità, generatori di percezioni piacevoli e gioiose; per contro, atteggiamenti ostili così come di indifferenza suscitano sentimenti spiacevoli e dolorosi.
Durante le primissime dinamiche di vicinanza e di protezione, si sviluppa e si consolida la formazione della prima sicurezza di base.
Quando un individuo percepisce di essere accettato, matura un atteggiamento di curiosità e di interesse per ciò che lo circonda; diversamente, l’esperienza di un ambiente deprivato sul piano affettivo, porterà l’individuo a percepire una sensazione di rifiuto, che lo condurrà ad elaborare strategie distruttive di opposizione e di conflitto, rivolte alle persone del proprio contesto.
La dimensione affettiva, nei primi anni di vita, assume un ruolo determinante, che andrà ad incidere notevolmente sull’intero arco di vita: sia la carenza sia il sovraccarico affettivo comportano una insicurezza pervasiva, costituendo una precondizione di dipendenza psichica oltreché affettiva.
Un approccio equilibrato allo sviluppo della dimensione affettiva risulta, dunque, imprescindibile per vivere in maniera più sana e costruttiva le interazioni con gli altri e col mondo in generale.
L’individuo presta, difatti, più attenzione ai sentimenti altrui e diviene maggiormente predisposto alla comprensione delle emozioni differenti rispetto alle proprie, maturando un atteggiamento di crescente condivisione. Attraverso i vissuti interiori, egli sviluppa ed estende la sua tensione affettiva in maniera sempre più ricca ed articolata, fino a tradurla in un irrinunciabile rapporto di reciprocità e di rispetto con le numerose forme di vita che lo circondano, così come con gli animali e l’ambiente.
Riuscire a collocarsi in una posizione intermedia nella relazione di cura, consentirà di individuare spazi idonei e necessari per l’iniziativa personale, tutta protesa verso la sperimentazione della propria autonomia e la conseguente costruzione della propria identità. Pertanto, se, per un verso, la necessità di protezione e di conforto vengono accolte e soddisfatte sostanzialmente nell’ambito della famiglia, è necessario individuare, simultaneamente, contesti in cui vivere esperienze di confronto, di interazioni differenziate e di situazioni emotive plurime.
In una dimensione emotiva di appagante equilibrio, innanzitutto con se stessi e di conseguenza con gli altri, è possibile scorgere un prezioso alleato nel corso di fasi esistenziali particolarmente delicate, quali l’adolescenza o la vecchiaia; fasi connotate da complessi vissuti emotivi, che necessitano di capacità di gestione ed elaborazione di atteggiamenti positivi.
Considerato, dunque, il valore delle capacità correlate alla sfera affettiva e l’incidenza che esse hanno sull’intera esistenza, in termini di autonomia, di gioiosa e positiva relazione con gli altri e con l’ambiente, diviene imprescindibile assegnargli un’attenzione prioritaria nel percorso di crescita.
dott.ssa Claudia De Pinto – Educatrice socio-pedagogica del Cav Pandora
Proposta musicale a tema: “A modo tuo” – Elisa
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